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Dove sta andando la nostra Medicina?

Dopo 40 anni di Medicina Clinica accanto al Malato, sono giunto a conclusioni per me chiarissime e quindi mi permetto di porre queste domande per stimolare una riflessione che considero importante:

  • I trattamenti farmacologici curano le malattie o sopprimono momentaneamente i loro sintomi?
  • Sono cioè trattamenti eziologici che colpiscono le ‘radici’ delle malattie o sono semplicemente palliativi?
  • Sono rispettosi della Persona umana e collaborano alla sua crescita o tendono a squilibrarla sempre di più?

La Persona è costituita da corpo, psiche, spirito e come tale va considerata e curata

La Medicina, infatti, non può considerare solo la parte corporea del Malato, ma deve prefiggersi lo scopo di riportare in salute la Persona nella sua completezza trinitaria di corpo, psiche e spirito.

Dato che ognuna di queste componenti può ammalarsi e data l’unitarietà della Persona umana, è inevitabile che lo squilibrio di una parte si ripercuota sulle altre come nei vasi comunicanti. Ne consegue che la malattia, anche se appare localizzata, interessa in proporzione variabile tutte e tre le componenti della Persona.

Il Terapeuta dovrebbe quindi ricorrere a una terapia tanto integrata quanto personalizzata che sappia adattarsi alle necessità fisiche, psichiche e spirituali del suo Assistito.[1]

Ogni terapia può essere valida se personalizzata in base alla causa

Come ho scritto in un mio recente libro,[1] non credo esistano terapie in assoluto migliori di altre, ma solo terapie con diversa indicazione, durata e profondità d’azione. Compito del Medico dovrebbe essere allora quello di conoscere il maggior numero possibile di tecniche terapeutiche, in modo da individuare per ogni Persona il trattamento più adatto e più efficace, senza pregiudizi e preconcetti, ma con il solo scopo di aiutare a ristabilire la salute.

Ovviamente, escludendo le malattie giunte a condizioni irreversibili, un trattamento è adatto ed efficace per una Persona prevalentemente quando colpisce la causa della sua patologia o del suo squilibrio. È invece inadatto e inefficace se si limita a togliere solamente i sintomi più fastidiosi della malattia.

Con i medesimi criteri e modalità si potrebbe impostare anche una cura veramente preventiva che ci insegni a vivere nel migliore dei modi questo nostro personale Cammino di Vita.

Anche la prevenzione, però, va personalizzata in base ai fattori di rischio più importanti e ai punti costituzionalmente o geneticamente più deboli di ogni singola Persona. Anche qui, infatti, bisogna individuare e colpire i fattori di rischio primario ed eventualmente in seconda battuta i fattori di rischio attivanti le concause o i fattori di rischio secondario delle malattie.

La personalizzazione terapeutica in Medicina si attua solo conoscendo la Persona

Troppo spesso, l’obiettivo del Medico non è quello di conoscere il Paziente per capire dove sta il suo errore o il suo squilibrio, ma è quello di prescrivere esami su esami allo scopo di porre una diagnosi nosologica, cioè di dare un nome alla patologia. Purtroppo in questi ultimi anni, specialmente nei casi in cui non c’è una buona conoscenza vicendevole tra Medico e Paziente, il primo tende anche a proteggere se stesso da eventuali rivendicazioni future (Medicina Difensiva).

Poi, quando ha dato un nome alla patologia, il Medico tende talvolta a comportarsi come se avesse terminato il suo lavoro di ricerca e si potesse adagiare sospendendo il ragionamento critico e la personalizzazione terapeutica, seguendo invece acriticamente il protocollo terapeutico standard o le Linee Guida che gli vengono imposte “dall’alto”.[1]

Alla fine di questo percorso, purtroppo, troppo pochi Medici forniscono ai loro Pazienti consigli per migliorare lo stile di vita o stratagemmi per aiutarli a colpire le cause della loro patologia, dato che nella maggioranza dei casi si limitano a prescrivere farmaci.

E non si creda che la colpa principale sia dei Medici!

Troppo spesso essi sono diventati parti di una “Macchina Sanitaria Telecomandata” che sembra perdere sempre più le finalità etiche e morali della vera Scienza Medica.

Se i Medici hanno una colpa, è solo quella di non aver reagito e di continuare a non reagire alla massificazione e oggettivizzazione della Medicina!

La terapia farmacologica è utile solo a breve termine, cioè nella patologia acuta

Purtroppo, aggredendo la patologia solo farmacologicamente, per esempio dando antibiotici contro i germi senza colpire la debolezza immunitaria sottostante oppure cercando di normalizza eventuali valori ematochimici alterati utilizzando farmaci chimici, si rischia fortemente di creare altri squilibri patologici e questo accade specialmente in organismi costituzionalmente deboli e/o predisposti.

Oltre all’aggressione farmacologica, che comunque molte volte ha una sua utilità immediata ma a lungo termine è troppe volte causa di patologie iatrogene anche molto gravi e irreversibili, manca completamente un’educazione del Paziente. Spesso quest’ultimo viene considerato e trattato come una semplice macchina che risponde solo a fattori fisici, cioè come se la Persona fosse solo un oggetto, e per di più “un oggetto stressato”.

E così si prescrivono farmaci su farmaci ponendo le basi per sempre nuovi squilibri e nuove patologie. La situazione sta degenerando tra gli anziani, perché diventa sempre più difficile trovarne uno che non assume 2, 3, 4 o più farmaci chimici al giorno,[1] ma ora sta interessando con aspetti ancora più drammatici anche i bambini.

Troppi psicofarmaci ai bambini

“La somministrazione di molecole psicoattive a bambini e adolescenti presenta potenziali criticità – di carattere clinico ed etico – su cui concorda la letteratura internazionale”,[1], [2] scrive la Rete Sostenibilità e Salute (RSS) che riunisce le Associazioni più attive sul tema della salute sostenibile.[3]

Uno studio del 2016 sull’utilizzo degli antidepressivi ai minori (dal 2006 al 2012) ha dimostrato che in Gran Bretagna il numero delle prescrizioni è cresciuto del 54%, in Danimarca del 60%, in Germania del 49%, negli Stati Uniti del 26% e in Olanda del 17%.

Maggiori incrementi si sono registrati nelle fasce d’età tra 10 e 19 anni e in questi ragazzi i farmaci più utilizzati sono stati gli antidepressivi a base di citalopram, fluoxetina e sertralina.

Questa crescita è veramente preoccupante, perché:

  • predispone al loro utilizzo cronico;
  • indebolisce la volontà della Persona e le lascia intendere di essere “diverso” e quindi “non normale”;
  • sono spesso farmaci non testati e non autorizzati sotto i 18 anni.[4]

Troppi conflitti di interesse in Medicina: nessuno parla

L’Italia non è potenzialmente estranea a questi preoccupanti scenari, anche perché per fortuna è lontana dagli scandali verificatisi negli USA, come quello dello psicofarmaco Paxil® (paroxetina), le cui prove di pericolosità per i minori sono state taciute dalla Ditta farmaceutica GlaxoSmithKline.[4] Ci sono voluti 14 anni e la tenacia di validi ricercatori per dimostrare che la paroxetina aumenta il rischio di suicidio nei minori che la assumono. Il tutto però è avvenuto nell’indifferenza delle autorità di controllo sanitario.

Ad esempio, in Italia nessuna Istituzione ha assunto provvedimenti solleciti e incisivi a tutela della salute dei minori, tanto che a oltre 2 anni dalla pubblicazione della revisione, nessun “avviso di pericolo” è stato pubblicato sui siti web delle Autorità Pubbliche, ma neppure dalle Società Scientifiche, né alcun comunicato è stato emesso dai mass-media, pregiudicando l’accesso all’informazione da parte della cittadinanza: l’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) prese posizione solo nel 2017.[2]

L’esempio della Sindrome di Iperattività e Deficit di Attenzione (ADHD)

Analoghe preoccupazioni riguardano l’impropria somministrazione di farmaci antipsicotici a bambini iperattivi, pur sapendo che tra i principali fattori di rischio per l’insorgere di comportamenti diagnosticati come Sindrome di Iperattività e Deficit di Attenzione (ADHD) si trovano fattori socio-economici: i figli di famiglie con basso stato socioeconomico hanno maggiori probabilità di essere diagnosticati ADHD rispetto ai figli di genitori appartenenti a stati più elevati.[5]

Trascurare questa prospettiva significa decidere, come società, che è troppo impegnativo e costoso agire sull’ambiente in cui crescono e si sviluppano i bambini, e preferire invece la via più semplice, che è quella di trattarli farmacologicamente!

Il fondatore dell’Institute for Scientific Freedom, l’autorevole Prof. Peter Gøtzsche, evidenzia ad esempio come in alcuni Paesi i tassi di diagnosi aumentino in corrispondenza della diminuzione dei finanziamenti scolastici:[6] gli insegnanti sono oberati di carichi lavorativi (spesso di carattere burocratico) e sono stressati al punto da desiderare di proteggersi inviando il bambino allo psichiatra. Quest’ultimo, però, per la riduzione delle risorse economiche e della disponibilità del personale specializzato necessario a garantire trattamenti non farmacologici appropriati, ha sempre meno la possibilità di erogare cure di qualità e finisce allora per abbreviare i tempi di colloquio e di studio del caso “risolvendo” il tutto con la prescrizione semplicistica di uno psicofarmaco che, alla fine, diventa sempre l’unica opzione terapeutica facilmente disponibile.[7]

Tralasciamo le vere cause del disagio mentale e spesso diamo solo farmaci

Il documento della RSS si conclude con una citazione del Dr. Dainius Pūras che lavora nella Commissione per i Diritti Umani delle Nazioni Unite.[8] Pūras ci ricorda che alcune condizioni strutturali (povertà, discriminazione, violenza) siano le cause più profonde, cioè le vere cause del disagio mentale e della sofferenza a cui “troppo spesso vengono fornite risposte immediate, influenzate da un paradigma esclusivamente biomedico che:

  • ignora i trattamenti alternativi non farmacologici,
  • sottovaluta/svaluta il ruolo della psicoterapia e di altri trattamenti psicosociali e, cosa più importante,
  • non affronta i fattori determinanti che contribuiscono ad una cattiva salute mentale,

limitandosi invece solo ad una ipermedicalizzazione farmacologica particolarmente dannosa proprio per i bambini”.

Dove sta andando la nostra Medicina? Lavora veramente per il nostro bene? Stiamo aiutando o distruggendo le nuove generazioni?

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Bibliografia

[1] R. Gava, La Medicina che vorrei. Personalizzata, Integrata e Umanizzata. Padova: Edizioni Salus Infirmorum, 2019.

[2] Agenzia Italiana del Farmaco, “Comunicazione sull’Utilizzo degli antidepressivi,” May 16, 2017.

[3] Rete Sostenibilità e Salute, “Proposte sul tema dell’utilizzo psicofarmaci in età evolutiva in Italia, scenario internazionale, possibili strategie preventive e per una migliore appropriatezza prescrittiva.”

[4] J. Le Noury et al., “Restoring Study 329: efficacy and harms of paroxetine and imipramine in treatment of major depression in adolescence.,” BMJ, vol. 351, p. h4320, Sep. 2015, doi: 10.1136/bmj.h4320.

[5] A. S. Rowland et al., “Attention-Deficit/Hyperactivity Disorder (ADHD): Interaction between socioeconomic status and parental history of ADHD determines prevalence.,” J. Child Psychol. Psychiatry., vol. 59, no. 3, pp. 213–222, 2018, doi: 10.1111/jcpp.12775.

[6] P. C. Gøtzsche, Medicine letali e crimine organizzato: come le grandi aziende farmaceutiche hanno corrotto il sistema sanitario. Fioriti, 2015.

[7] F. Starace, F. Mungai, and C. Barbui, “Does mental health staffing level affect antipsychotic prescribing? Analysis of Italian national statistics.,” PLoS One, vol. 13, no. 2, p. e0193216, 2018, doi: 10.1371/journal.pone.0193216.

[8] United Nations General Assembly, “Right of everyone to the enjoyment of the highest attainable standard of physical and mental health. Report of the Special Rapporteur on the right of everyone to the enjoyment of the highest attainable standard of physical and mental health,” 2019.

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