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Intorno alla Vita che nasce … e che muore

Il 27 febbraio 2011, nel Policlinico Universitario di Padova si è tenuto un convegno intitolato “Intorno alla Vita che nasce“, introdotto, coordinato e moderato dal giornalista Francesco Agnoli.

Dopo una prima esauriente relazione del Prof. Bruno Mozzanega dell’Istituto di Ostetricia e Ginecologica dell’Università di Padova, quella che ha più colpito e galvanizzato l’intera assemblea è stata la seconda: quella della Dott.ssa Cinzia Baccaglini, psicoterapeuta di Ravenna e grande esperta nazionale dei danni conseguenti all’aborto. La sua relazione si intitolava infatti: “La Vita interrotta: aspetti psicologici“.

Sintetizzare il suo intervento è difficile, sia per la densità delle informazioni che ha fornito, sia perché gli ascoltatori (e quindi anche il sottoscritto) erano talmente presi dall’esposizione che non avevano la possibilità e probabilmente neppure la voglia di distrarsi per prendere appunti.

Ricordo comunque che la Dott.ssa Baccaglini ha esordito dicendo che la morte, intesa come vita interrotta, è una normale e fisiologica espressione della vita, ma solo se non è voluta, provocata o programmata, perché in questi ultimi tre casi si deve invece parlare rispettivamente di suicidio, omicidio e altri sinonimi dell’omicidio per i quali oggi si usano anche i termini di aborto terapeutico, eutanasia e simili.
Nonostante di solito l’aborto pare non lasciare segni visibili di sé sulle persone coinvolte direttamente o indirettamente in questo dramma, nella pratica di chi si accinge a curare un malato (medico e psicologo in primis), se si scava appena un po’ sotto la superficie esterna, emerge chiaramente come l’aborto in realtà tocchi tantissime persone: ovviamente la donna che abortisce, ma anche il padre del bambino abortito, eventuali altri figli della donna (sia già nati, sia che nasceranno dopo l’aborto), i nonni con le loro aspettative infrante, il personale sanitario coinvolto e inoltre l’intera società.

Commenta la Dott.ssa Baccaglini: “Chi come me tratta la sindrome del post-aborto e quella misconosciuta della post-fecondazione artificiale, sa che il dolore che si provoca con queste pratiche è duraturo e profondo: è una ferita inferta al corpo e al cuore della madre e che ha riverberi spaventosi sia nell’intimo della donna, ma anche nella sua famiglia e di conseguenza nell’intera società. Questa mia affermazione non è mia e non è neppure di coloro che difendono la vita dal concepimento alla morte naturale, né di quei cattolici che fanno tante battaglie contro l’aborto, ma è quanto afferma la Scienza”.

Continua la Baccaglini: “Secondo l’Elliot Institute for Social Sciences Research, i danni causati dall’aborto nelle donne che l’hanno voluto o subito corrispondono alle seguenti drammatiche cifre:
- il 90% di queste donne soffre di danni psichici nella stima di sé;
- il 60% è soggetto a idee di suicidio;
- il 28% ammette di aver persino provato fisicamente a suicidarsi (il rischio di suicidio è 7 volte maggiore entro il primo anno dall’aborto);
- il 52% soffre di risentimento e persino di odio verso quelle persone che le hanno spinte a compiere l’aborto;
- il 20% soffre gravemente di sintomi del tipo stress post-traumatico;
- il 50% soffre degli stessi sintomi, ma in modo meno grave;
- il 50% inizia o aumenta il consumo di bevande alcoliche e/o quello di droga”.

Nella letteratura scientifica ci sono centinaia di studi su questi argomenti e i ricercatori più autorevoli hanno fatto rientrare i danni dell’aborto in tre quadri gnoseologici:
1 – La psicosi post-aborto, che insorge subito dopo l’aborto, può perdurare per oltre 6 mesi ed è un disturbo di natura prevalentemente psichiatrica (gli esempi sono numerosi e sono prevalentemente quelli che poi nutrono la cronica nera dei nostri massa media).

2 – Lo stress post-aborto, che insorge tra i 3 e i 6 mesi e si dice che sia il disturbo più lieve sinora osservato (forse però è lieve per coloro che non lo hanno provato!), perché è rappresentato “solamente” da palpitazioni, crisi nervose, alterazioni dell’umore, risvegli notturni per incubi ripetitivi, flash-back, ecc. A causa di questi sintomi, la donna si rivolge a numerosi specialisti e spesso assume farmaci neuropsichiatrici e cardiovascolari senza risolvere nulla e questo non solo perché tutti i farmaci sono dei sintomatici, ma anche perché specialmente in questo caso non possono colpire la causa della sintomatologia, bensì una sua mera espressione esterna.

3 – La sindrome post-abortiva, cioè un insieme di disturbi che possono insorgere subito dopo l’interruzione della gravidanza ma anche dopo molti anni, perché possono rimanere a lungo latenti. La probabilità con cui questa sindrome emerge aumenta in età adolescenziale (e qui bisognerebbe riflettere su cosa significa dare la “pillola del giorno dopo” alle adolescenti), in età pre-climaterica (quando si fa un bilancio del poco tempo riproduttivo che rimane), dopo un lutto, dopo la scoperta di una infertilità o dopo una fecondazione artificiale andata nuovamente male, al termine di una relazione affettiva, in condizione di isolamento affettivo, ecc. Anche dopo molti anni (pure la mia esperienza ambulatoriale lo conferma), basta un evento apparentemente banale affinché nella donna che ha abortito emerga tutto il suo vissuto abortivo e allora alcune donne (anche dopo molti anni, lo ripeto di nuovo) riferiscono perfettamente alcuni particolari di quel giorno: la data e l’ora dell’aborto, il giorno in cui loro figlio avrebbe dovuto nascere, una frase pronunciata dal medico o da qualche infermiere nella circostanza dell’aborto, l’odore del disinfettante in sala parto (anzi, “in sala aborto”), ecc. Bisogna anche dire che la sindrome post-abortiva non riguarda solo la mamma che ha abortito, ma anche tutte quelle persone che abbiamo nominato prima e che, direttamente o indirettamente sono coinvolte in questo omicidio: sono coinvolte perché non possono dire di non sapere cosa accade.

Forse una ragazzina adolescente che abortisce può non essere completamente cosciente di quello che fa o che ha fatto (ipotesi comunque molto discutibile), ma gli adulti sono sempre perfettamente responsabili!
Una donna adulta è responsabile e sa quello che fa o ha fatto, specie se ha già un figlio o comunque se ha il desiderio di averne!
Il padre del bambino, se è adulto, sa chi ha concepito e più consapevoli ancora sono gli operatori sanitari: i medici ginecologi e dei consultori, gli psicologi e gli infermieri che lavorano in sala operatoria; tutti questi sanno bene quello che fanno e chi, non che cosa, uccidono!

Non bisogna inoltre scordare che i danni dell’aborto non sono rappresentati solo da quelli causati direttamente dall’evento in sé, ma anche da quelli che lo stress legato all’aborto slatentizza nella persona.
Tutti abbiamo in noi qualche punto debole, ma se la nostra vita scorre liscia o comunque senza grandi traumi, molti nostri punti deboli resteranno latenti e non emergeranno mai. Ma se viviamo grandi condizioni stressanti (in particolare il dramma dell’aborto che è quasi sempre un dramma interiore, soffocato, mai scaricato direttamente all’esterno e per di più è un dramma “di materia grave” perché implica la soppressione della vita ad una persona debole e indifesa e non ad una persona qualsiasi ma addirittura ad un nostro parente prossimo, nostro figlio, …), si capisce allora che questo “stress” diventa qualcosa di veramente terribile e di profondamente destabilizzante e slatentizzante una qualsiasi condizione patologica latente della persona. Le conseguenze patologiche che ne conseguono, pertanto, possono essere di qualsiasi tipo.

Continua la Dott.ssa Baccaglini: “La realtà italiana dell’aborto è enorme: 130.000 aborti all’anno e circa 5 milioni dall’entrata in vigore della legge 194. È un dramma comune: in qualsiasi ambiente ci troviamo ci può essere accanto a noi una donna o un uomo che hanno abortito o sono direttamente coinvolti con l’aborto“.
E che dire degli aborti associati alle tecniche di fecondazione artificiale extracorporea come FIVET e ICSI?
In questi ultimi anni in Italia solo i dati ufficiali parlano di 78.000 embrioni prodotti ogni anno. Di questi, solo il 9% nasce, mentre il 91% viene eliminato!

La relazione della Dott.ssa Baccaglini continua con altri dati e anche con la lettura di testimonianze dirette di donne che hanno abortito e che ora soffrono e si sono rivolte a lei per un aiuto psicologico. In questi casi, il compito della Baccaglini, come di tutti coloro che cercano di aiutare queste persone, è difficilissimo, perché questa non è una patologia qualsiasi, ma un disturbo che inizia a livello psichico e che poi somatizza nel corpo e che è nato da una azione molto grave: un omicidio.
Andare contro la vita significa andare contro una legge naturale insita in ogni uomo e quindi in ognuno di noi.

Possiamo raccontarci quello che vogliamo, può anche sembrare che il fatto sia passato senza conseguenze, ma invece è solo questione di tempo e alla fine conduce alla rovina la persona che non ne prende consapevolezza e che non se ne pente chiedendo perdono.

Conclude la Dott.ssa Cinzia Baccaglini con le parole di Romano Guardini: “Nell’uomo c’è qualcosa che, per la sua stessa essenza non può venire violato: è l’elevatezza della persona vivente“.